Ecate è una divinità che amo moltissimo, e trovo la sua figura una delle più affascinanti e misteriose della mitologia. Posso dirvi che lei è la mia Dea in quanto strega Meroe. L’ho adorata dal primo momento che l’ho vista! Era bellissima e il suo sguardo mi aveva conquistata. Mi ha insegnato tantissime cose, ma prima fra tutte il rispetto e l’amore per ogni cosa del creato visibile e invisibile 🙂 Se verrà da voi, andatele incontro e non abbiate paura dei cagnolini che porta con sé, in realtà sono dolcissimi con le persone che trasmettono fiducia!

Ah giusto! Mi raccomando, non fatela arrabbiare e non trattate male i suoi “figli” (come dice sempre) perché oltre ad essere molto protettiva con noi, non ama la gente che ama far del male solo per il piacere illusorio di sentirsi “grande”. Per lei il “male” è una parola sacra quanto il “bene” e non deve essere fatto, se non per una giusta causa o per uno scopo “più alto”.

Questi sono i miei piccoli consigli da streghetta ma ora vi parlerò un po di lei…

ECATE

Viene spesso  chiamata Dea delle streghe e della magia (nella religione greca e romana) e molte streghe la venerano come divinità lunare. Per i mortali, che hanno studiato tantissimo la sua vita, la collocano con incertezza originaria della Tracia o dell’Anatolia (divinità pre-indoeuropea) che si sarebbe poi inserita nel pantheon greco dalla fusione tra i popoli, ma non solo, altri la vedono affine alla dea egizia Ḥeqet, dea della fertilità e della rigenerazione.

L’etimologia più diffusa del nome Ecate la fa derivare dall’equivalente femminile di Hekatos, un oscuro epiteto di Apollo (Ecate e Apollo erano spesso abbinati nei luoghi oracolari). E’stato tradotto in moltissimi modi, come “che opera da lontano e che colpisce”. Secondo altri, il nome deriverebbe dal termine greco per “desiderio, volere” (in dispensatrice di desideri), per altri ancora il suo nome avrebbe la stessa radice della parola greca “cento”, allude alle molte forme che lei può assumere: Ecate, discendente dei Titani, la “multiforme”.

Ecate viene definita come dea degli incantesimi e degli spettri, ed è raffigurata come triplice – trivia – triodîtin – (giovane, adulta/madre e vecchia), e lo stesso numero Tre vede la sua rappresentazione. Le sue sculture venivano posizionate negli incroci (trivi), a protezione dei viandanti (Ecate Enodia o Ecate Trioditis).  Ecate veniva anche associata in al ciclo lunare insieme ad altre divinità lunari come Artemide/Diana ( luna crescente) e Selene (luna piena) a simboleggiare la luna calante e per questo ella divenne la signora della notte. Lo stesso Ade, pur essendo sposato con Proserpina preferiva la compagnia di Hecate; tra le ombre, la dea esercitava il suo terribile e violento dominio, mandando dèmoni (Émpousa e le Lamiai) a tormento degli uomini e vagando fra le tombe e i crocevia. Nell’iconografia Ecate viene rappresentata, oltre come trivia, anche come cane o, accompagnata da cani infernali ululanti. Un altro animale sacro a tale divinità era la colomba.

Le sue figlie presero il nome di Empuse: Le Émpousai (empuse), tormentavano i viaggiatori con l’aspetto di cagne fameliche, di vacche o di affascinanti dame. Con l’aspetto di giovani fanciulle dalla bellezza impetuosa, le empuse, giacevano con gli uomini per succhiar via la loro essenza vitale e per condurli alla morte. L’unico modo per farle arretrare (con alte strida) era di offenderle gridando. Seppur il mito delle empuse (figlie e serve di Ecate) abbiano un’origine diversa dal mito delle lamie, spesso vengono identificate come la stessa cosa (le lamie erano figure femminili in parte umane e in parte animali, rapitrici di bambini o fantasmi seduttori che adescavano giovani uomini per poi nutrirsi del loro sangue e della loro carne).

Ecate era anche identificata come dea notturna dei fantasmi. Regina e signora della magia e delle arti occulte, era maestra delle maghe e delle streghe. I suoi insegnamenti andavano dall’evocazione dei morti alle più terrificanti maledizioni.

Nel mito Ecate viene considerata femminile ma la sua natura viene spesso considerata bi-sessuata, in quanto possiede entrambi i principi della generazione: il maschile e il femminile (per questo motivo viene definita la fonte della vita e le viene attribuito il potere vitale su tutti gli elementi).

Il suo simboli sono:

  • LA TORCIA di Ecate illumina le anime nel loro passaggio dalla luce all’oscurità, oltre ad accendere la scintilla della vita. La coppia Apollo – Ecate presente in molti luoghi oracolari, (come ad esempio nell’antro della Sibilla Cumana) ci parla di duevolti della “luce di saggezza”: quella apollinea della luce diurna e quella interiore di Ecate notturna.

Poscere fata / tempus, ait – deus, ecce deus![…è tempo, dice, / di chiedere i fati – il dio, ecco il dio!]

(Virgilio, Eneide, VI 45-46)

  • IL COLTELLO viene associato ad Ecate nelle vesti di levatrice che recide  il cordone ombelicale dell’infante, ma è anche associato metaforicamente, al ruolo di compagna nella morte, dove lei stessa taglia i legami fra il corpo fisico e l’anima;
  • LA CHIAVE: “Colei che tiene la chiave” dal regno “del conosciuto a quello dello sconosciuto”. Ecate controlla il passaggio dal mondo dei viventi al mondo ctonio dell’Ade. Ecate diventa “guardiana delle soglie” e la chiave è la stessa Ecate che può scegliere chi può averne accesso;
  • IL SERPENTE è l’ animale che emerge dal mondo ctonio (associato alla rigenerazione e al rinnovamento per il suo mutare continuo di pelle) prende la valenza di labirinto, dell’intricata strada della vita e della morte.
  • RUOTA DI ECATE Negli Oracoli Caldei (fine del II secolo d.C. da Giuliano il Teurgo), edito ad Alessandria( facendo riferimento alla sapienza babilonese) la Dea era associata al simbolo noto come ruota di Ecate, con forme serpentine che disegnano una figura labirintica a tre direzioni (vita, morte, rinascita, rinnovamento e altri dei suoi significati sono racchiusi in questo antico simbolo);
  • TROTTOLA DI ECATE- IUGX- La trottola è una sfera dorata costruita attorno a uno zaffiro e fatta girare tramite una cinghia di cuoio, con sopra dei caratteri incisi. Facendola girare si operavano le invocazioni.
  • LE CIVETTE  sono le sue messaggere; William Shakespeare in “Sogno di una notte di mezza estate”, mostra la civetta come “messaggera dell’arrivo di Ecate”:

PUCK
“Rugge il leone nell’aria bruna,
Ulula il lupo verso la luna.
Il contadino dorme in pace,
Stanco, e rosseggia l’ultima brace.
Al malato che giace in sudore
La civetta stridendo fa cuore.
S’apron le tombe e furtivi e leggeri
Vagan gli spettri sui muti sentieri.
E a noi spirti, che abbiamo a ribrezzo
Il chiarore e l’aurora a dispetto,
E sulla pariglia di Ecate trina,
Pria che spunti la rosea mattina,
Inseguiamo giulivi e fidenti
L’ombre buie profonde e silenti,
A noi spirti in quest’ora s’appaghi
Ogni voglia di giochi e di svaghi.
Non un sorcio disturbi in quest’ora
La gran pace di nostra dimora.
Innanzi agli altri io son venuto,
E d’una scopa mi son provveduto,
Per spazzare via dalla soglia
Ogni granello di polvere o foglia”.

  • I DRAGONI NERI William Shakespeare, nelle sue letture della Metamorfosi di Ovidio (culto della dea triforme) trova la natura della dea come trina. Dalla traduzione di Golding la dea era chiamata Ecate o Proserpina negli inferi, Diana in terra, Luna, Cinzia o Febe in cielo. Shakespeare nei panni di Puck, si riferisce ad Ecate come dea della luna e della notte, il cui carro era trainato da due dragoni.
  • CANE – CAVALLI – GATTI NERI: Alcuni autori attribuiscono a Ecate terrestre un volto di leone, altri di serpente, altri di cane. Porfirio la descrive: “Con volto di cane, tre teste, inesorabile, con dardi dorati”.
  • PIOPPO NERO – SALICE: nel Nord Europa il legame del salice con le streghe è così stretto che la parola witch (strega) deriva dallo stesso nome che anticamente designava il salice, da cui deriva anche wicker (vimine). Nella tradizione la scopa è fatta ancor oggi con legacci di vimine in onore della dea Ecate.

Phoíbē d’ aû Koíou polyḗraton êlthen es eunḗn;
kysaménē dḕ épeita thea theoû en philótēti
Lētṑ kyanópeplon egeínato, meílichon aieí,
meílichon ex archês, aganṓtaton entòs Olýmpou,
ḗpion anthrṓpoisi kaì athanátoisi theoîsin.
Geínato d’ Asteríēn eyṓnymon, hḗn pote Pérsēs
ēgáget’ es méga dôma phílēn keklêsthai ákoitin.
ḗ d’ hypokysaménē Hekátēn téke, tḕn perì pántōn
Zeùs Kronídēs tímēse; póren dé hoi aglaa dôra,
moîran échein gaíēs te kaì atrygétoio thalássēs.
Hḗ dè kaì asteróentos ap’ ouranoû émmore timês
athanátois te theoîsi tetiménē estì málista.
Kaì gar nûn, hóte poú tis epichthoníōn anthrṓpōn
érdōn hiera kala kata nómon hiláskētai,
kiklḗıskei Hekátēn; pollḗ té hoi héspeto timḕ
hreîa mál’, hôı próphrōn ge thea hypodéxetai euchás,
kaí té hoi ólbon opázei, epeì dýnamís ge párestin.
Hóssoi gar Gaíēs te kaì Ouranoû exegénonto
kaì timḕn élachon, toútōn échei aîsan hapántōn.
Oudé tí min Kronídēs ebiḗsato oudé t’ apēúra,
hóss’ élachen Titêsi meta protéroisi theoîsin,
all’ échei, ōs tò prôton ap’ archês épleto dasmós,
kaì géras en gaíēı te kaì ouranōı ēdè thalássēı;
oud’, hóti mounogenḗs, hêsson thea émmore timês,
all’ éti kaì polỳ mâllon, epeì Zeùs tíetai autḗn.
Hôı d’ ethélei, megálōs paragígnetai ēd’ onínēsin;
én te díkēı basileûsi par’ aidoíoisi kathízei,
én t’ agorê laoîsi metaprépei, hón k’ ethélēısin;
ēd’ hopót’ es pólemon phtheisḗnora thōrḗssōntai
anéres, éntha thea paragígnetai, hoîs k’ ethélēısi
níkēn prophronéōs opásai kaì kûdos oréxai.
Esthlḕ d’ aûth’ hopót’ ándres aethleúōsin agôni,
éntha thea kaì toîs paragígnetai ēd’ onínēsin;
nikḗsas dè bíēı kaì kárteϊ kalòn áethlon
hreîa phérei chaírōn te, tokeûsi dè kûdos opázei.
Esthlḕ d’ hippḗessi parestámen, hoîs k’ ethélēısin.
Kaì toîs, hoì glaukḕn dyspémphelon ergázontai,
eúchontai d’ Hekátēı kaì eriktýpōı Ennosigaíōı,
hrēidíōs ágrēn kydrḕ theòs ṓpase pollḗn,
hreîa d’ apheíleto phainoménēn, ethélousá ge thymōı.
Esthlḕ d’ en stathmoîsi sỳn Hermê lēíd’ aéxein;
boukolías d’ agélas te kaì aipólia platé’ aigôn
poímnas t’ eiropókōn oíōn, thymōı g’ ethélousa,
ex olígōn briáei kaì ek pollôn meíona thêken.
Hoútō toi kaì mounogenḕs ek mētròs eoûsa
pâsi met’ athanátoisi tetímētai geráessin.
Thêke dé min Kronídēs kourotróphon, hoì met’ ekeínēn
ophthalmoîsin ídonto pháos polyderkéos Eoûs.
Hoútōs ex archês kourotróphos, haì dé te timaí.
Phoíbē l’amabile talamo ascese di Koíos,
concepì e poi, dea per l’amore di un dio,
partorì Lētṓ dal peplo azzurro, la sempre dolce,
benigna agli uomini e agli dei immortali,
lei mite fin dall’inizio, la più clemente dentro l’Olimpo.
Generò Asteríē famosa, che Pérsēs una volta
condusse nella sua grande casa perché fosse chiamata sua sposa.
Costei concepì e generò Hekátē, che fra tutti
Zeús Kronídēs onorò, e a lei diede illustri doni,
che potere avesse sulla terra e sul mare infecondo,
anche nel cielo stellato ha una parte d’onore
e dagli dèi immortali è sommamente onorata.
E infatti anche ora, quando qualcuno degli uomini
che abitano la terra fa sacrifici secondo le leggi e implora la grazia,
invoca Hekátē e grande favore lo segue;
facilmente, a lui benevola, la dea accoglie le preghiere,
a lui la ricchezza concede, perché di ciò pure ha potere.
Quanti infatti da Gê e da Ouranós nacquero
e ricevettero onore, partecipa dei privilegi di tutti costoro;
lei nemmeno il Kronídēs d’alcuna cosa privò con violenza
di quelle che aveva ottenuto fra i Titânes, i primi degli dei,
bensì la possiede, come dapprima all’inizio fu la spartizione;
né, perché unigenita, la dea ricevette onori minori,
e ha potere in terra e nel cielo e nel mare,
molto di più, perché Zeús le fa onore.
A chi essa vuole largo favore e aiuto concede;
e nel tribunale essa siede presso i re rispettati
e nell’assemblea fra le genti fa brillare ciò che lei vuole;
o quando alla guerra assassina si armano
i guerrieri, la dea assiste colui che lei vuole
ornare, benigna, della vittoria e offrirgli la fama;
benigna assiste anche i cavalieri, quelli che vuole;
benigna anche quando gli uomini lottano in gara:
là la dea li assiste e soccorre;
e chi con forza e vigore consegue vittoria, bello il premio
coglie felice e i genitori orna di gloria.
E a coloro che l’azzurro tempestoso con fatica lavorano
e pregano Hekátē e il profondo tonante Ennosigaíōs,
facilmente una preda la nobile dea fornisce copiosa,
ma facilmente anche se la porta via,
non appena essa appare, se così vuole il suo cuore.
E con Hermês benigna nelle stalle le greggi fa crescere,
le schiere dei buoi e i branchi grandi di capre
e i branchi di lanose pecore, se così vuole il suo cuore,
da piccoli li fa grandi e da molti riduce a pochi.
Così, per quanto sia nata unigenita da sua madre,
fra tutti gli immortali è onorata di doni;
costei fece il Kronídēs nutrice di giovani, quanti a lei fedeli
videro con gli occhi la luce dell’aurora onniveggente.
Così fu, fin dall’inizio, nutrice di giovani e questi i suoi onori.
Hēsíodos: Theogonía [402-452]

Da Esiodo conosciamo che i privilegi di Ecate si estendevano sulla terra, nel mare e nel cielo, circostanza rara tra le divinità della Theogonía, e che essa aveva mantenuto le sue abilità anche quando Krónos venne detronizzato dal figlio Zeus. Da questa scena si evince che Ecate aveva preso le parti di Zeus durante la Titanomachia. Da Apollodoro e altri mitografi apprendiamo anche che Ecate aveva combattuto al fianco degli dei Olimpici durante la grande ribellione dei Giganti.

Se con Esiodo siamo alla nascita del mito greco, l’ inno orfico a Ecate appartiene a un’epoca molto più tarda, quasi al tramonto del paganesimo ellenico.

Einodíēn Hekátēn klḗızō, triodîtin, erannḗn,
ouraníēn chthoníēn te kaì einalíēn, krokópeplon,
tymbidíēn, psychaîs nekýōn méta bakcheúousan,
Perseían, philérēmon, agalloménēn eláphoisin,
nykteríēn, skylakîtin, amaimáketon basíleian,
thēróbromon, ázōston, aprósmachon eîdos échousan,
tauropólon, pantòs kósmou klēidoûchon ánassan,
hēgemónēn, nýmphēn, kourotróphon, ouresiphoîtin,
lissoménois koúrēn teletaîs hosíēısi pareînai
boukólōı eumenéousan aeì kecharēóti thymōı.
Hekátē protettrice delle strade celebro, trivia, amabile,
celeste e terrestre e marina, dal manto color croco,
sepolcrale, baccheggiante, con le anime dei morti,
figlia di Pérsēs, amante della solitudine, superba dei cervi,
notturna, protettrice dei cani, regina invincibile, annunciata
dal ruggito delle belve, senza cintura, d’aspetto imbattibile,
domatrice di tori, signora che custodisce tutto il cosmo,
guida, ninfa, nutrice dei giovani, frequentatrice dei monti,
supplicando la fanciulla di assistere alle pie celebrazioni
benevola verso il bovaro sempre con animo gioioso.
Orphikôn hýmnoi – Hekátēs

NASCITA DELLA DEA ECATE

Le sue origini sono poco note ma abbiamo diversi scritti che ci parlano di questa grande dea.

Per Esiodo, Ecate appartiene alla stirpe titanica, figlia unigenita di Perse e di Asteria. Il magistero esiodeo è accettato da Apollódōros. Perse è citato quale padre di Ecate negli Inni Omerici, in Apollṓnios Rhódios (Apollonio Rodio) , in Lykóphrōn (Licòfrone di Calcide) e in Ovidius (Ovidio); Alcune fonti si riferiscono ad Ecate con il nome di Persaíē, “figlia di Pérsēs”. Asteríē, quale madre di Hekátē, è invece citata da Cicero.

Per il poeta Kallímachos, diversamente,  Ecate era figlia di Zeús e Dēmḗtēr, collocandola quindi nella generazione olimpica.

Kallímachos dice alla lettera così: «Unitosi a Dēmḗtēr, Zeús generò Hekátē, che spicca fra gli dèi per forza e statura». Afferma che costei fu inviata da suo padre sotto terra alla ricerca di Persephónē. Perciò, ancora oggi, è chiamata Ártemis, Phýlax, Daidoûchos, Phōsphóros e Chthonía.

Kallímachos: Phragmenta [466]; ex Scholio apud Theókritos: Eidýllia [II: 12]
= Orphicorum Phragmenta [K42]

 

Kaì tóte dḕ Hekátēn Dēṑ téken eupatéreian. E allora Dēṓ [Zeús] generò Hekátē, figlia di un’illustre padre
Scholius apud Apollṓnios Rhódios: Tá Argonautiká [III: 467] = Orphicorum Phragmenta [K41]

La tradizione sembra condivisa anche da alcuni poeti orfici:

Il poeta Bakchylídēs (Bacchillide), pure citato da uno scoliaste di Apollṓnios Rhódios (Apollonio Rodio), colloca Ecate tra i figli della dea-notte, Nýx (divinità primordiale della Notte. Nýx era una delle divinità più antiche, e dimorava nell’Ade; secondo Omero, anche Zeus ne aveva paura).

Hekáta daidophóre, Nyktòs megalokólpon thýgater’… O Hekátē, portatrice di fiaccole, figlia di Nýx dall’ampio seno…
Bakchylídēs: Phragmenta [1B]; ex Scholio apud Apollṓnios Rhódios: Tá Argonautiká [III: 467]
= Orphicorum Phragmenta [K41]

Che nell’antichità esistessero altre tradizioni, riguardo la genealogia di Ecate, ci è confermato dal medesimo scoliaste, il quale riporta un’interessante serie di tradizioni alternative, perlopiù dipendenti da testi lirici e orfici:

Alcuni sostengono che [Hekátē] sia figlia di Zeús. Nei poemi orfici viene fatta discendere da Dēmḗtēr: «E allora Dēṓ [Zeús] generò Hekátē, figlia di un’illustre padre». Bakchylídēs, invece, dice che ella è figlia di Nýx: «O Hekátē, portatrice di fiaccole, figlia di Nýx dall’ampio grembo». Mousaîos, invece, di Asteríē e di Zeús. Pherekýdēs di Aristaíos, figlio di Paíonos.

Scholius apud Apollṓnios Rhódios: Tá Argonautiká [III: 467] = Orphicorum Phragmenta [K41]

La versione di Mousaîos è riferita in un ulteriore scolio ad Apollṓnios Rhódios (Apollonio Rodio), nel quale si riferisce che Asteríē fu amante di Zeús prima di essere data a Pérsēs. Quindi restando a questa “verità” potremmo affermare che Ecate era figlia di Zeús e non di Pérsēs:

Mousaîos racconta che Zeús, innamoratosi di Asteríē, si congiunse con lei, e dopo essersi congiunto la diede a Pérsēs, al quale ella generò Hekátē.

Scholius apud Apollṓnios Rhódios: Tá Argonautiká [III: 1179]


DISCENDENZA

Ecate a differenza degli altri dei non avrà né sposi né figli. Le due testimonianze conosciute riguardo a una discendenza di Ecate sono infatti “sbagliate”(inteso come confuse). Apollṓnios Rhódios (Apollonio Rodio), identificandola esplicitamente con Krataiḯs (dea Crateide), le attribuisce come figlia Skýlla (Scilla), avuta da Phórkys (Forco). Dal momento che Scilla è la figlia di Crateinde c’e’ la possibilità che ci siano state delle mescolanze. Una cosa assai particolare è quella che Diódōros Sikeliṓtēs (Diodore de Sicile) che la sostituisce all’oceanina Eidyía. Ecate viene detta nipote di Helios e madre di Medea e Circe. Si tratta di un racconto fortemente evemerizzato, e quindi privo di valore mitologico. Nella tradizione mitologica Ecate avrà come figle le empuse a volte sostituite erroneamente con le lamie.

DEA DEGLI SPIRITI E DEGLI INFERI

Ecate è una dea assai complessa e dalle molte sfumature: in grado di viaggiare liberamente tra il mondo degli uomini, quello degli dei ed il regno dei Morti. Spesso è raffigurata con delle torce in mano, proprio per questa sua capacità di accompagnare anche i vivi nel regno dei morti (la Sibilla Cumana, a lei consacrata, traeva da Ecate la capacità di dare responsi provenienti, appunto, dagli spiriti o dagli Dei). Ora guarderemo la dea con le vesti infernali. Questa “trasformazione” la troviamo già negli Inni Omerici, dove Ecate viene in aiuto di Demetra, alla disperata ricerca della figlia  Proserpina rapita da Ade. Importante da ricordare la genealogia alternativa che vuole HEcate figlia di Nýx o di Tártaros.

L’immagine di Ecate si specializza ben presto in una figura notturna, oscura, legata alla stregoneria e al mondo infero. Brimṓ, la «furiosa», la definisce a più riprese Apollṓnios Rhódios…

…La dea Brimṓ, la grande nutrice,
Brimṓ notturna, infernale, la regina dei morti,
nella nera notte, coperta di abiti neri.

Apollṓnios Rhódios: Tá Argonautiká

 …E chiamò anche la regina notturna, infernale,
che le fosse benevola, e le concedesse l’impresa.

Apollṓnios Rhódios: Tá Argonautiká

L’aspetto di divnità infera, signora delle streghe e della magia, arriva solo in epoca successiva. Nella Metamorfosi di Ovidio trae aggettivi dal nome della dea, usandoli come veri e propri sinonimi di “infernale, terrifico, occulto”.

“Spruzzando il succo di Hecateïdos herbae sulla sventurata Aráchnē, Athēnâ la farà diventare un ragno [VI: 139]; recitando degli Hecateïa carmina, Kírkē prepara la pozione che trasformerà Skýlla in un orribile mostro [XIV: 44].”

Virgilio, nell’Æneides (Eneide), dipinge Ecate come una creatura legata agli inferi. Quando Æneas (Enea) si rivolge alla Sibylla Cymæa (Sibilla Cumana, Sacerdotessa di apollo), affinché gli dia la possibilità di intraprendere il suo viaggio verso il regno dei morti, si appella all’autorità di Ecate, in quanto è in suo nome che la Sibilla è stata posta a guardia dell’Averno. Nel poema la Sibilla, oltre che consacrata ad Ecate per il mondo infero ha la doppia funzione di veggente e di guida di Enea nell’oltretomba. Alla sua figura della Sibille è anche legata una leggenda: «Apollo innamorato di lei le offrì qualsiasi cosa purché ella diventasse la sua sacerdotessa, ed ella gli chiese l’immortalità. Ma si dimenticò di chiedere la giovinezza e, quindi, invecchiò sempre più finché, addirittura, il corpo divenne piccolo e consumato come quello di una cicala. Così decisero di metterla in una gabbietta nel tempio di Apollo, finché il corpo non scomparve e rimase solo la voce. Apollo comunque le diede una possibilità: se lei fosse diventata completamente sua, egli le avrebbe dato la giovinezza. Però ella, per non rinunciare alla sua castità, decise di rifiutare»

..Gnatique patrisque,
alma, precor, miserere (potes namque omnia, nec te
nequiquam lucis Hecate praefecit Auernis).
Del figlio e del padre,
ti prego, abbi pietà, o divina: tutto puoi, né
Hecate ti ha posto invano a guardia dei boschi dell’Averno.
Publius Virgilius Maro: Æneides [VI: 116-118]

Ed è la Sibilla stessa a rincarare la dose, affermando che la stessa Ecate l’aveva istruita, facendole da guida nelle regioni del Tartaro, precluse a ogni uomo pio.

…sed me cum lucis Hecate praefecit Auernis,
ipsa deum poenas docuit perque omnia duxit.
…ma quando mi pose Hecate a guardia dei boschi dell’Averno;
essa stessa mi condusse qua, mostrandomi le pene inflitte dagli dèi.
Publius Virgilius Maro: Æneides [VI: 564-565]

Prima di accompagnare Enea nell’Averno, la Sibilla Cumana offre un sanguinoso sacrificio, in cui associa Ecate a varie divinità dell’oscurità, della terra e degli inferi. La dea non tarda a fare la sua comparsa.

Quattuor hic primum nigrantis terga iuuencos
constituit frontique inuergit uina sacerdos,
et summas carpens media inter cornua saetas
ignibus imponit sacris, libamina prima,
uoce uocans Hecaten caeloque Ereboque potentem.
supponunt alii cultros tepidumque cruorem
succipiunt pateris. ipse atri uelleris agnam
Aeneas matri Eumenidum magnaeque sorori
ense ferit, sterilemque tibi, Proserpina, uaccam;
tum Stygio regi nocturnas incohat aras
et solida imponit taurorum uiscera flammis,
pingue super oleum fundens ardentibus extis.
Ecce autem, primi sub lumina solis et ortus,
sub pedibus mugire solum, et iuga coepta moveri
silvarum, visaeque canes ululare per umbram,
adventante dea.
Quattro buoi porta qui dapprima la sacerdotessa,
sparge del vino sulle loro fronti
e strappa un ciuffo di peli fra le corna
e lo depone sul fuoco sacro, quale prima offerta;
invocando a gran voce Hecate, signora potente del cielo e dell’Erebus.
Altri con dei coltelli squarciano il collo alle bestie e il sangue
raccolgono in tazze. Lui stesso, Æneas, sgozzata un’agnella nera
la offre a [Nox], madre delle Eumenides, e alla [Terra], sua grande sorella,
A Proserpina, invece, immola una vacca sterile.
A notte continua il rito: offrendo al re dello Styx
le interiora dei torelli, disposte sopra il fuoco,
e mentre quelle bruciano, vi versa olio grasso.
Ed ecco, appena il sole spunta alle soglie d’oriente,
la terra comincia a rimbombare sotto i piedi, fremono gli alti vertici
dei boschi, e nella fitta tenebra risuona l’ululo delle cagne
al sopraggiungere della dea.
Publius Virgilius Maro: Æneides [VI:243-258]

IL RAPIMENTO DI PROSERPINA

Ecate è presente nel mito del rapimento di Persephónē(Proserpina) da parte di Háıdēs(Ade). Essa vi compare già negli Inni Omerici, dove aiuta la dea Demetra nella sua disperata ricerca della figlia scomparsa per mano del dio degli Inferi

…oudé tis athanátōn oudè thnētôn anthrṓpōn
ḗkousen phōnês, oud’ aglaókarpoi elaîai†
ei mḕ Persaíou thygátēr atalà phronéousa
áien ex ántrou, Hekátē liparokrḗdemnos,
Ēéliós te ánax, Hyperíonos aglaòs hyiós,
koúrēs kekloménēs patéra Kronídēn…
…ma nessuno degli immortali o degli uomini mortali
udì la sua voce e nemmeno gli olivi dai frutti lucenti.
Solo la figlia di Pérsēs, la sentì nel suo antro,
Hekátē dalla candida mente, dal velo splendente;
anche il divino Hḗlios, luminoso figlio di Hyperíōn,
la sentì invocare il nome del padre Kronídēs.
Homḗrou hýmnoi [2] > Eis Dēmḗtran [22-27]

E così Hekátē accompagna Demetra negli inferi.

…all’ hóte dḕ dekátē hoi epḗlythe phainolìs ēṓs,
ḗntetó hoi Hekátē, sélas en cheíressin échousa
kaí rhá hoi angeléousa épos pháto phṓnēsén te:
pótnia Dēmḗtēr, hōrēphóre, aglaódōre,
tís theôn ouraníōn ēè thnētôn anthrṓpōn
hḗrpase Persephónēn kaì sòn phílon ḗkache thymón?
phōnês gàr ḗkous’, atàr ouk ídon ophthalmoîsin,
hóstis éēn: soì d’ ôka légō nēmertéa pánta.
hṓs ár’ éphē Hekátē: tḕn d’ ouk ēmeíbeto mýthōi
Rheíēs ēykómou thygátēr, all’ ôka sỳn autêi
ḗix’ aithoménas daîdas metà chersìn échousa…
Ma quando infine giunse per la decima volta la fulgente aurora
le venne incontro Hekátē reggendo con la mano una torcia;
e, desiderosa di informarla, le rivolse la parola, e disse:
«Dēmḗtēr veneranda, apportatrice di messi, dai magnifici doni,
chi fra gli dei celesti o fra gli uomini mortali
ha rapito Persephónē, e ha gettato l’angoscia nel tuo cuore?
Infatti, io ho udito le grida ma non ho visto con i miei occhi
chi fosse il rapitore: ti ho detto tutto, in breve e sinceramente».
Così dunque parlò Hekátē; e non le rispose
la figlia di Rhéa dalle belle chiome; invece, rapidamente, con lei
mosse, stringendo nelle mani fiaccole ardenti…
Homḗrou hýmnoi [2] > Eis Dēmḗtran [51-61]

DEA DELLA STREGONERIA E DELLA MAGIA

La strega più devota ad Ecate, in tutte le fonti, è Mḗdeia, più conosciuta come la maga e incantatrice  Meda della Kolchís. Come abbiamo anticipato sopra, in una genealogia alternativa, Diódōros Sikeliṓtēs afferma che le due maggiori incantatrici del mito ellenico, Mḗdeia e Kírkē, fossero figlie di Hekátē, qui rappresentata come somma regina di inaudita crudeltà. Il racconto di Diódōros, seppure evemerizzato, contiene forse elementi di qualche antico mito perduto su Hekátē.

Abbiamo detto che Hḗlios aveva due figli, Aiḗtēs e Pérsēs. Aiḗtēs divenne re di Kolchís e l’altro re del Chersónēsos, ed entrambi furono spaventosamente crudeli. Pérsēs ebbe per figlia Hekátē, che superò il padre in audacia e sregolatezza. Ella amava la caccia, ma quando non ha aveva fortuna, volgeva le sue frecce contro gli esseri umani al posto delle bestie. Allo stesso modo, era abilissima nella miscela dei veleni mortali, e scoprì il farmaco chiamato aconito, il quale, mescolato al cibo offerto agli ospiti, toglieva il potere di ogni veleno. Grazie alla sua esperienza in tali cose, [Hekátē] avvelenò prima di tutto suo padre, così gli successe al trono. Poi, consacrando un tempio ad Ártemis, comandò che gli stranieri che sbarcavano in quelle terre dovevano essere sacrificati agli dèi. Ella divenne assai famosa in lungo e in largo per la sua crudeltà. che gli stranieri sbarcati ci dovrebbe essere sacrificato alla dea, divenne conosco molto e in largo per la sua crudeltà. Ella sposò Aiḗtēs ed ebbe due figlie, Kírkē e Mḗdeia, e un figlio, Aigialeús. […]

Diódōros Sikeliṓtēs: Bibliothḗkē Historikē [IV: 45: 1]

Nella mitologia, Ecate è dea infera e oscura. Il suo rapporto con Circe e Medea è per lo più di paura e devozione.

Nelle Argonautiche di Apollonio Rosio, Medea era sacerdotessa di Ecate. Custodiva il tempio consacrato alla dea e solennemente vi si recava per pregare la dea, evocarla o preparare filtri magici. Ad Ecate, Medea si rivolgeva in caso di necessità, e i suoi incantesimi e stregonerie venivano praticate sotto la diretta tutela di Ecate. Buona parte della sapienza e dei poteri magici di Medea derivavano dalla stessa dea:

Vive una fanciulla nel palazzo di Aiḗtēs,
che la dea Hekátē ha più di ogni altra istruita
nell’arte di tutti i filtri, che produce la terra e il mare infinito:
con essi sa domare la forza del fuoco instancabile,
e ferma in un momento le acque scroscianti dei fiumi;
incatena gli astri e le sacre vie della luna.

Apollṓnios Rhódios: Tá Argonautiká [III:528-533]

 

L’apparizione di Ecate  è precisamente descritta con accenti terrifici:

Poi scavò nel terreno una fossa di un cubito,
e ammucchiata la legna, tagliò la gola all’agnella
e la distese là sopra, poi diede fuoco alla legna,
mescolò e versò le libagioni, invocando
Hekátē Brimṓ in aiuto alle sue imprese.
Quando l’ebbe invocata, tornò indietro. La dea
tremenda l’udì e dai recessi profondi
venne a ricevere l’offerta. Il capo era cinto
di spaventosi serpenti, intrecciati con rami di quercia:
lampeggiava l’immenso bagliore delle fiaccole;
d’intorno ululavano con acuti latrati i cani infernali.

Apollṓnios Rhódios: Tá Argonautiká [III:1206-1217]

Un’immagine simile la ritroviamo nelle Argonautiche di Orfeo, dove Ecate compare:

Poi scavò nel terreno una fossa di un cubito,
e ammucchiata la legna, tagliò la gola all’agnella
e la distese là sopra, poi diede fuoco alla legna,
mescolò e versò le libagioni, invocando
Hekátē Brimṓ in aiuto alle sue imprese.
Quando l’ebbe invocata, tornò indietro. La dea
tremenda l’udì e dai recessi profondi
venne a ricevere l’offerta. Il capo era cinto
di spaventosi serpenti, intrecciati con rami di quercia:
lampeggiava l’immenso bagliore delle fiaccole;
d’intorno ululavano con acuti latrati i cani infernali.

Apollṓnios Rhódios: Tá Argonautiká [III:1206-1217]

Insieme a lei ne giunse un’altra di forma cangiante,
tricefala alla vista, un mostro funesto, inimmaginabile,
Hekátē figlia di Tártaros. Dal suo omero sinistro balzò
un lupo dalla lunga criniera; sulla destra era possibile vedere
una cagna dallo sguardo furente, nel mezzo un serpente d’aspetto selvaggio:
in entrambe le mani aveva delle daghe con l’elsa.
Qua e là correvano tutt’attorno alla fossa
Pandṓrē, ed Hekátē e le Erinýes con loro procedevano a balzi.

Orpheōs Argonautiká [974-982]

 

…postquam plenissima fulsit
ac solida terras spectavit imagine luna,
egreditur tectis vestes induta recinctas,
nuda pedem, nudos umeris infusa capillos,
fertque vagos mediae per muta silentia noctis
incomitata gradus: homines volucresque ferasque
solverat alta quies, nullo cum murmure saepes,
inmotaeque silent frondes, silet umidus aer,
sidera sola micant: ad quae sua bracchia tendens
ter se convertit, ter sumptis flumine crinem
inroravit aquis ternisque ululatibus ora
solvit et in dura submisso poplite terra
«Nox» ait «arcanis fidissima, quaeque diurnis
aurea cum luna succeditis ignibus astra,
tuque, triceps Hecate, quae coeptis conscia nostris
adiutrixque venis cantusque artisque magorum,
quaeque magos, Tellus, pollentibus instruis herbis,
auraeque et venti montesque amnesque lacusque,
dique omnes nemorum, dique omnes noctis adeste,
quorum ope, cum volui, ripis mirantibus amnes
in fontes rediere suos, concussaque sisto,
stantia concutio cantu freta, nubila pello
nubilaque induco, ventos abigoque vocoque,
vipereas rumpo verbis et carmine fauces,
vivaque saxa sua convulsaque robora terra
et silvas moveo iubeoque tremescere montis
et mugire solum manesque exire sepulcris!…»
Quando la luna rifulse piena
e con tutto il fulgore del suo disco si volse verso la terra,
[Mḗdeia] uscì di casa indossando una veste sciolta,
a piedi nudi e capo scoperto, i capelli sparsi sulle spalle,
e nel cuore della notte, in quel silenzio di tomba, senza meta,
sola si mise a vagare. Una quiete profonda assopiva
uomini, uccelli e fiere. Non un brusio fra le siepi;
tacciono immobili le fronde, tace l’aria umida;
palpitano solo le stelle. E a loro lei tende le braccia,
gira tre volte su sé stessa, tre volte spruzza i capelli
con acqua di fiume, tre volte spalanca la bocca
in grida lamentose e, caduta in ginocchio sulla dura terra:
«O Notte» invoca, «fedele custode di misteri; astri d’oro,
che a fianco della luna vi alternate ai bagliori del giorno;
e tu, Hecate tricipite, che della mia impresa sei conscia
e porgi aiuto agli incantesimi e all’arte dei maghi;
o Terra, che ai maghi procuri erbe prodigiose;
e voi brezze, venti e monti, voi fiumi e laghi,
dèi tutti dei boschi, dèi tutti della notte, voi tutti assistetemi!
Grazie a voi, quando voglio, i fiumi tornano, fra lo stupore
delle rive, alla loro sorgente; per incanto sconvolgo il mare
in bonaccia, placo quello in burrasca, dirado le nubi
e le addenso, allontano i venti o li sollecito;
recitando le mie formule squarcio la gola alle vipere,
dalla loro terra sradico e smuovo pietre vive,
querce e selve, ordino ai monti di tremare,
al suolo di muggire, alle ombre di uscire dai sepolcri!»
Publius Ovidius Naso: Metamorphoseon [VII: 180-206]

Il legame tra Medea ed Ecate è presente in tutta la letteratura mitologica:  dalla Medea di Euripide alla Medea di Seneca, fino alle Argonautica di Valerius Flaccus. Altri episodi vedranno Medea alla ricerca di Ecate, una tra questi è quando vuol ringiovanire l’ormai vecchio re Esone, padre del suo amante Giasone. La maga Medea formula un’ altro oscuro incantesimo, nel quale innalza due altari: uno ad Ecate, l’altro a Iuventas, dea romana della giovinezza.

Nel racconto di Diodoro Siculo, Medea e Circe erano sorelle, figlie di Ecate (Bibliothḗkē Historikē [IV: 45: 1]). Ma per quanto, nella letteratura mitologica, sia soprattutto Medea ad essere legata ad Ecate, non mancano esempi in cui la maga Circe si appella alla dea per i suoi incantesimi. Qua sotto riporto il passo nel quale Circe trasforma gli uomini in animali:

Illa nocens spargit virus sucosque veneni
et Noctem Noctisque deos Ereboque Chaoque
convocat et longis Hecaten ululatibus orat.
exsiluere loco (dictu mirabile) silvae,
ingemuitque solum, vincinaque palluit arbor,
sparsaque sanguineis maduerunt pabula guttis,
et lapides visi mugitus edere raucos
et latrare canes et humus serpentibus atris
squalere et tenues animae volitare silentum:
attonitum monstris vulgus pavet; illa paventis
ora venenata tetigit mirantia virga,
cuius ab attactu variarum monstra ferarum
in iuvenes veniunt: nulli sua mansit imago.
Lei allora sparge veleni di morte e succhi malefici,
dall’Erebus e dal Chaos chiama a raccolta Nox e gli dèi
della Notte, invoca Hekátē con lunghe grida selvagge.
Sussultarono (incredibile a dirsi) le foreste,
gemette il suolo, impallidirono gli alberi accanto,
trasudarono i pascoli intorno gocce di sangue,
sembrò che le pietre emettessero sordi muggiti,
che latrassero i cani, che il suolo brulicasse di neri
serpenti e in volo si librassero gli spiriti dei morti.
Inorridito dai prodigi, il gruppo trema e lei con la bacchetta
magica tocca il loro volto istupidito dal terrore,
e a quel tocco i giovani mutano il loro aspetto in quello mostruoso
di svariati animali: nessuno conservò la propria natura.
Publius Ovidius Naso Metamorphoseon [XIV: 403-415]

 

LA SIGNORA DELLE FIACCOLE 

Per attraversare le tenebre Ecate porta con sé delle fiaccole e nelle sue raffigurazione più conosciuta la vediamo, appunto, tenere tra le mani una torcia, una chiave e un serpente (ad esempio nel rilievo dall’altare di Pergamo, IV secolo a.C.). Anche Bacchilide, la definiva «Hekátē portatrice di fiaccola», le fiaccole potevano essere anche essere usate come temibili armi. In Apollodoro, ci viene raccontato che nel corso della la lotta, che i Giganti ingaggiarono contro gli Dei dell’Olimpo aizzati dalla loro madre Gea e dai Titani, Hekátē uccise dalla parte delle divintà olimpiche uccide il gigante Klýtios con le sue fiaccole. Come ho già detto sopra, Ecate è in grado di viaggiare liberamente tra il mondo degli uomini, quello degli dei ed il regno dei Morti e le torce tenute in mano raffigurano, anche la capacità di accompagnare i vivi nel regno dei morti.

Ecate è anche associata ai cani,(nell’iconografia Ecate viene rappresentata spesso con tre corpi o con sembianze di cane o, accompagnata da cani infernali ululanti in quanto veniva considerata protettrice dei cani – Nónnos Panopolítēs) il cui corteo latrante la accompagnava nell’oscurità della notte e ne annuncia le terribili apparizioni. Abbiamo già visto come, invocata da Medea, Ecate compaia in un balenio di fiaccole, il capo cinto di serpenti, mentre le ululano intorno i suoi cani infernali (Tá Argonautiká [III: 1217]). Anche in Ovidio l’invocazione ad Ecate suscita una serie di eventi soprannaturali, tra cui l’impressione di udire latrati di cani (Metamorphoseon [XIV: 410]).

…visaeque canes ululare per umbram,
adventante dea.
…e nella fitta tenebra risuona l’ululo delle cagne
al sopraggiungere della dea.
Publius Virgilius Maro: Æneides [VI: 257-258]

In altri racconti, invece sembra che,ad Ecate venissero sacrificati dei cani (un sacrificio non comune, limitato a piccoli culti locali), visto che Pausanías ne parla come fosse un’eccezione piuttosto che una regola.

So che nessun’altra popolazione greca abbia l’abitudine di sacrificare dei cuccioli, a parte gli abitanti di Kolophṓn. Costoro immolano un cucciolo, una cagna nera, a Enodía [Hekátē] […], di notte.

Pausanías :Periḗgēsis [III: 14: 9-10]

Per Licòfrone di Calcide i cani venivano sacrificati nelle caverne del monte Zērýnthos, sull’isola di Samothrákē . Questo culto ad Ecate era molto famoso all’epoca, e testimoniato anche da altri autori. Ovidio testimonia un culto molto simile presso la tribù dei Sabei ( sono stati una comunità di fedeli di religioni che abitavano nella regione di Harran, un’area compresa tra l’Anatolia Sud Orientale e il nord della Siria)..

Exta canum vidi Triviae libare Sabaeos
et quicumque tuas accolit, Haeme, niues.
Vidi i Sabei e coloro che abitano presso le tue nevi,
o Haemus, offrire a Trivia viscere di cane.
Publius Ovidio Naso: Fasti [I: 389-390 ]

ECATE E LA TRASFORMAZIONE DI ECUBA

Il re di Troia Priamo sposò in prime nozze Arisbe, figlia del veggente Merope, e lei gli dette un figlio di nome Esaco, anch’egli indovino. Ma quando fu stanco di lei, la ripudiò affidandola a Irtaco, che a sua volta generò con lei due figli, Asio e Niso, gli Irtacidi, i quali in seguito presero parte alla guerra di Troia.

Priamo prese in seconde nozze Ecuba, che allora era molto bella e giovane, di cui egli si era profondamente innamorato. Ella generò al marito diciannove dei cinquanta figli che Priamo ebbe tra cui Ettore, Paride, Cassandra, Eleno e il primo Polidoro. Priamo istituì la poligamia per poter sposare anche Laotoe, figlia del re dei Lelegi, che gli diede altri due figli (Licaone e il secondo Polidoro), mentre tutti gli altri furono generati con concubine e schiave.(ma ciò è smentito da Euripide, che portava a cinquanta il numero dei figli e li considerava tutti procreati dalla sola Ecuba).

Assume un ruolo di primo piano nella tragedia di Euripide: “Le Troiane e Ecuba”. Nella prima Ecuba viene destinata come schiava ad Ulisse e le tocca di assistere alla morte del nipote Astianatte. Nella seconda, dramma personale, si esalta l’orgoglio e l’amore di una regina che vede i suoi figli perire uno ad uno. La morte del figlio Polidoro per mano del re del Chersoneso Polimestore viene da lei vendicata con l’accecamento dello stesso Polimestore. Ecuba s’accese d’ira per la caduta di Troia e l’uccisione dei suoi abitanti e uccise Elena, la nipotina frutto dell’amplesso di Paride con Elena.

Ecuba fu destinata in schiava ad Ulisse e salpò alla volta del Chersoneso, in Tracia, ma ricoprì d’insulti Ulisse e la sua ciurma per la loro mancanza di parola e crudeltà al punto che i soldati la misero a morte. Il suo spirito assunse l’aspetto di un’orrenda cagna nera che segue Ecate, si tuffò in mare e nuotò sino all’Ellesponto. Fu sepolta in un luogo, che prese il nome «Sepolcro della Cagna». Della drammatica storia vi sono numerose versioni, sicuramente la più nota è quella di Ovidio ma ne vediamo degli accenni anche Hyginus.  È Licòfrone di Calcide che ci racconta che fu Ecate a trasformare Ecuba in cagna e al suo corteggio di cani. Secondo questa fonte, era stato lo stesso Ulisse a scagliare la prima pietra contro Ecuba, sdegnato per una maledizione che costei aveva lanciato contro gli Achei. Una volta sbarcato in Sicilia, oppresso da sogni angosciosi, l’eroe di Itaca aveva innalzato, sul promontorio di Páchynos (l’attuale Capo Passero), presso le rive del fiume Hélōros, un monumento sepolcrale a Ecuba e un tempio ad Hecate:

O madre, madre dolorosa,
neppure il ricordo di te resterà oscuro.
Seguace di Brimṓ Trimorphos, figlia di Pérsēs,
atterrirai di notte, coi latrati,
i mortali che non rendono onore con le fiaccole
ai simulacri della dea Zērynthía [Hekátē],
signora dello Strymṓn,
placando con sacrifici la dea di Pheraí [Hekátē].
Sorgerà un cenotafio venerato
sull’isola rocciosa di Páchynos,
dinanzi alle correnti dell’Hélōros,
eretto dalle braccia del tuo padrone [Odysseús],
dopo le esequie, a seguito d’un sogno.
Su quel lido per te, [Hekábē] sventurata,
[Odysseús] farà la libagioni, atterrito dall’ira della dea dai tre colli,
perché fu lui a scagliare il primo sasso della lapidazione
e a offrire ad Haıdēs la primizia di un fosco sacrificio.

Lykóphrōn : Alexándra [1174-1189]

Klaúdios Ailianós (Claudio Eliano, filosofo e scrittore romano) riporta una vicenda dove la dea Ecate, punì per eccessiva promiscuità, la maga Galê in una martora (Perì zṓıōn Idiótētos [XV:11). Secondo la versione di Antoninus Liberalis, (dove il nome della maga da Galê diviene Galínthias), la dea, pentitasi del suo gesto, avrebbe fatto ammenda associando la martora al suo corteo (Metamorphṓseōn Synagōgḗ [29]).

RAPPRESENTAZIONI DI ECATE NELLA STORIA

Le prime rappresentazioni di Ecate sono singole e non triplici. Lewis Richard Farnell sostiene che:

“La testimonianza lasciata dai monumenti sulle caratteristiche e il significato di Ecate è altrettanto ricca di quella trasmessa dalla letteratura, ma solo nel periodo più tardo essi esprimono la sua natura molteplice e mistica. Prima del quinto secolo è quasi certo che fosse spesso rappresentata come una singola forma, come ogni altra divinità, ed è così che la immaginò il poeta della Beozia, perché nulla nei suoi versi allude a una divinità dalla triplice forma. Il monumento più antico è una piccola terracotta trovata ad Atene, con una dedica a Ecate (tavola XXXVIII. a), in una scrittura tipica del sesto secolo. La dea è seduta su un trono e ha una corona attorno alla testa; non ha nessun tratto o caratteristica distintivi e l’unico valore dell’opera, che è chiaramente di un tipo comune ed è degna di menzione solo per l’iscrizione, è che prova come la forma singola fosse quella originale e che ad Atene era conosciuta prima dell’invasione persiana”.

Lo scrittore greco Pausania (Pausanìas detto anche Pausania il Periegeta) sosteneva che Alcamene (scultore greco) sia stato il primo a realizzare Ecate nella sua forma triplice verso la fine del quinto secolo. In diversi iconografie, troviamo la dea in forma triplice mentre regge una torcia, una chiave e un serpente, mentre altri la rappresentano in forma singola. Nell’esoterismo greco, di derivazione egiziana, con riferimento a Ermete Trismegisto e nei papiri di magia della Tarda Antichità è descritta come una creatura a tre teste: una di cane, una di serpente e una di cavallo.

La triplicità di Ecate è espressa in una forma più ellenica, con tre corpi, mentre prende parte alla battaglia contro i titani (i Titani  nella mitologia e nella religione greca, gli dèi più antichi (próteroi theoí), erano nati prima degli Olimpi e generati da Urano – Cielo e Gea/Gaia – Terra),  nel vasto fregio del grande altare di Pergamo, ora a Berlino.

« I racconti titanici trattano degli dèi che appartengono ad un passato tanto remoto, che noi li conosciamo soltanto da una particolare specie di storie, in cui essi figurano in una particolare funzione. Il nome Titani, con cui noi li definiamo, ha designato per lunghissimo tempo la divinità del Sole e pare che originariamente fosse l’alto titolo attribuito agli dèi del cielo, ma agli dèi del cielo molto antichi, non ancora assoggettati ad alcuna legge e selvaggi. Per noi essi non erano divinità cui si attribuisse culto, eccettuati forse Crono ed Elio. […] che qua e là avevano i loro culti. Essi invece erano dèi che avevano parte soltanto nella mitologia. Tale parte è sempre quella dei vinti… Questi vinti portavano in sé i caratteri di una generazione maschile più antica, di antenati, le cui qualità pericolose si ripetono nei discendenti. »

(Károly Kerényi, Gli dèi e gli eroi della Grecia. Milano, il Saggiatore, 1963, p. 29)

Nell’Argolide, vicino al sacrario dei Dioscuri, Pausania, grande viaggiatore nel corso del II secolo dell’era cristiana, vide il tempio di Ecate davanti al santuario di Ilizia: L’immagine è opera di Scopas, realizzata in pietra, mentre le immagini in bronzo che si trovano davanti, che hanno come soggetto sempre Ecate, furono realizzate rispettivamente da Policleto il giovane e suo fratello Naucide, figlio di Motone. (Description of Greece ii.22.7)

Un rilievo in marmo del IV secolo d.C. di Crannone in Tessaglia recava una dedica di un proprietario di cavalli. Il rilievo mostrava Ecate, in compagnia di un cane, mentre posa un serto sul capo di una cavalla. Questa statua si trova nel British Museum, inventario n° 816. La cagna è la sua compagna e il suo equivalente animale e una delle forme più usuali di offerte era lasciare della carne ai crocicchi (a volte gli stessi cani le venivano sacrificati).

In altre immagini ha, oltre alle suddette una chiave o la cosiddetta “trottola magica”. Questa è una sfera dorata costruita attorno a uno zaffiro e fatta girare tramite una cinghia di cuoio, con sopra dei caratteri incisi. Facendola girare si operavano le invocazioni. Questo strumento era chiamto “iugx”, sia che fosse sferico, triangolare, o di altra forma. Girandolo, produceva dei suoni particolari, imitando il verso di una bestia, ridendo o facendo piangere l’aria. Il movimento della trottola, con il suo potere magico, portava a termine il rito. È chiamata “Trottola di Ecate” poiché è consacrate a Ecate.

APPELLATIVI 

Chtonia (Del mondo sotterraneo)
Antaia (Colei che  incontra)
Apotropaia (Protettrice)
Enodia (La dea che appare sulla via)
Kourotrophos (Nutrice di fanciulli)
Propulaia/Propylaia (Colei che sta davanti alla porta)
Propolos (Colei che serve)
Phosphoros (Portatrice di luce)
Soteira (Sapiente)
Triodia/Trioditis (Che frequenta i crocicchi)
Klêidouchos (Che porta le chiavi)
Trimorphe (Triplice)

ECATE ITALICA

“Salve, o madre degli dei, dai molti nomi, dalla bella prole;

salve, o Ecate, custode delle porte, di gran potenza;
ma anche a te salve, o Giano, progenitore,
Zeus imperituro; salve, Zeus supremo;
rendete luminoso il cammino della mia vita,
colmo di beni, stornate i funesti morbi
dalle mie membra, e l’anima, che sulla terra delira, traete in alto, purificata
dalle iniziazioni che risvegliano la mente.
Vi supplico, tendetemi la mano, e le divine vie. Mostratemi, ché le desidero;
la luce preziosissima io voglio mirare,
onde m’è dato fuggire la turpitudine
della fosca generazione.
Vi supplico, porgetemi la mano, e con i vostri soffi
Me travagliata sospingete nel porto della pietà.
Salve o madre degli dei, dai molti nomi, dalla bella prole;

salve, o Ecate, custode delle porte, di gran potenza;
ma anche a te salve, o Giano, progenitore,
Zeus imperituro; salve, Zeus supremo”.

In Campania, la dea Ecate aveva un bosco sacro accanto al lago Averno. Tra i suoi fitti alberi si celebravano i suoi rituali e il lago stesso era considerato la porta per entrare nel mondo infero (come verrà in seguito identificato anche il lago di Pilato – Lago della Sibilla sul monte Vettore nelle Marche). Del lago Averno ne parla Cicerone, in cui la gente si recava per conoscere il proprio futuro dagli spiriti defunti. Il lago Averno è una delle tante porte che conducono nell’Ade. I fiumi o laghi della mitologia greca, spesso sono associati al mondo degli Inferi. Secondo il mito sono dei rami diretti con il fiume Stige, attraverso il quale Caronte traghettava le anime dei morti. I suoi affluenti più conosciuti sono i fiumi Piriflegetonte e Cocito (fiume del dolore) e il principale Acheronte si trova in Epiro, regione nord-occidentale della Grecia, nei pressi della cittadina di Parga. È un immissario del lago Acherusia e nelle sue vicinanze sorgono le rovine del Necromanteio, l’unico oracolo della morte conosciuto in Grecia.

Platone nel dialogo Fedone afferma che l’Acheronte è il secondo fiume più grande del mondo, superato solamente dall’Oceano: sostiene che l’Acheronte scorra in senso inverso e dall’Oceano vada verso la terra. Il termine Acheronte è stato talvolta usato come sineddoche per intendere l’Ade nella sua interezza. Virgilio parla dell’Acheronte insieme agli altri fiumi infernali all’interno della sua descrizione dell’Oltretomba, collocata nel libro VI dell’Eneide. Nell’Inferno (canto III) di Dante il fiume Acheronte rappresenta il confine dell’Inferno per chi arriva dall’Antinferno.

Ecate, come abbiamo già detto sopra, nelle raffigurazioni in cui è  Trivia, reca sul capo una luna, una fiamma, una corona. Nelle mani porta quasi sempre una torcia, una corda, un serpente e un rastrello e come tutte le dee triformi-trine, fu considerata anche una dea unica o per meglio dire una Grande Madre. Si suppone che che la chiesa abbia tratto ispirazione dalla dea, per dare forma alla santissima trinità, e anche per le Madonne Nere tanto conosciute nella penisola italiana e nel mondo. Alcune Madonne originariamente erano dedicate sia alla dea egizia Iside (nera in quanto la dea rappresentava la notte che partoriva l’alba, cioè il Dio sole) e Ecate con la stessa valenza di dea della notte. Successivamente, con la diffusione del cristianesimo, molte statue sono state modificate per assumere i tratti di una Madonna.

Nell’ Abbazia di San Pietro (Perugia), incassato nel chiostro seicentesco c’e’ un’affresco raffigura la Trinità tricefala in versione femminile (Madonna tricefala). Seppur gli esperti negano l’evidente corpo femminile, dichiarandolo maschile in molti hanno rivisto in questo affresco l’eterna figura di Ecate.

ECATE ROMANA

A Roma la dea veniva celebrata come Signora della magia e della notte. Nel periodo imperiale (fin dal I secolo) in Turchia, precisamente ad Antiochia, erano stati edificati monumenti e templi, e ad Ecate venne dedicato, proprio un grande tempio, sotto il quale era collocata una grande cripta per la celebrazione dei riti. Considerando che Antiochia era considerata la città più prospera e importante dell’Impero, dopo Roma e Alessandria, le divinità avevano fondamentale importanza annoverando anche la dea Ecate tra le più importanti.

Sotto l’impero di Nerone (54-68 d. C.), Marco Anneo Lucano compone la Pharsalia conosciuta anche come De bello civili, o Bellum civile. Compone questa opera epica che non celebra la grandezza del popolo e dello Stato romano, come aveva fatto Virgilio nell’Eneide (29-19 a. C.), ma che, al contrario, mostra il disastro e la rovina cui hanno portato le guerre intestine.

“La maga Eritto presenta i suoi più orripilanti crimini come se fossero meriti che lei possa vantare nei confronti delle divinità dell’Ade. La captatio benevolentiae avviene attraverso l’enunciazione di efferati crimini come il sacrificio di grembi di donne feconde o di teste di bimbi. Qui Lucano raggiunge probabilmente i vertici del suo gusto per l’orrido e il macabro. Evidentemente, tutte le divinità e gli esseri dell’Oltremondo sono crudeli e malvagi e possono essere assecondati solo attraverso l’attestazione del male che si è compiuto. La Maga Eritto scongiura le «Eumenidi, vergogna dello Stige, castigo dei colpevoli»,  il «Caos bramoso di confondere innumerevoli mondi», lo «Stige, signore della terra», l’«Elisio che nessuna Tessala merita», «Persefone», l’«ultima fase della nostra Ecate» che concede a lei e «alle ombre/ la facoltà di comunicare in silenzio», le Parche («le sorelle» che filano «gli stami della vita/ per poi troncarli»), «il traghettatore dell’onda bollente,/ vecchio ormai stanco» (Caronte). In questo modo il lettore viene a conoscenza dei personaggi e dei luoghi dell’Ade. La maga chiede un’anima che sia appena morta, non una «già sprofondata nel Tartaro,/ e da tempo avvezza alle tenebre», ma «una che ha appena lasciato/ la luce e sta discendendo; è ancora ferma sulla soglia/ del pallido Orco»”.

Anche Orazio parla della dea Ecate nell’ottava Satira,dove descrive l’evocazione negromantica delle due streghe Sagana e Canidia, col sacrificio di un’ agnella nera, e i cani infernali che ululano in lontananza.


2 thoughts on “Ecate, dea degli incantesimi e degli spettri

  1. Grazie mille, Meroe di questa presentazione così approfondita e precisa. Questa notte Ecate mi è apparsa in sogno: in una radura di notte aveva costruito un percorso circolare di materiale simile al petrolio e invitava un cane a percorrerlo. Nel sogno sapevo che era il ciclo delle nascite e delle morti e di tutte le rigenerazioni. … Così ho iniziato. fare delle ricerche su di lei, finendo nella tua pagina. E pensare che prima di leggere il tuo articolo non sapevo nulla della dea! Buona festa della donna!

    1. Mi fa molto piacere che il mio articolo ti sia stato d’aiuto e ti abbia ispirato. Ecate è una dea che non lascia nulla al caso ed è presente in tutto ciò che facciamo, nonostante sia nell’ombra. Abbi cura delle sue chiavi e ricorda sempre che la magia è tutt’intorno a noi.
      Con affetto,
      Strega Meroe

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